• l'Ardia di Sedilo

la Spagna di Tao

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Scritto da Antonio Mannu

Barcellona 19 aprile 2009-ore 02:59

...E finalmente riuscirono a partire! Finalmente, dopo mesi di attesa snervante e continui indugi, siamo riusciti a iniziare la nostra avventura!
Mentre scrivo, con un sottofondo unico nel suo genere, vale a dire, il fischio non particolarmente armonioso dello sciacquone del bagno,  ci troviamo (io, babbo e Paola) in una casa a Barcellona, prima tappa del viaggio, dove abbiamo preso in affitto due camere.
La casa è piccolina ma ben arredata e colorata. Ogni stanza ha i muri di colore diverso. La mia è azzurra; quella di babbo e di Paola, che è un pochino più grande, nocciola chiaro.
Il padrone di casa si chiama Cosimo. E’ un ragazzo italiano che vive qui e lavora in un bar di sua proprietà.   
Oggi mi è parso che la giornata sia volata via in un soffio.
Abbiamo passato tutta la serata con Paolo Angeli e Lella Useli, che ci hanno scarrozzato in giro per i quartieri della città. Guardandosi intorno si capisce perfettamente che Barcellona è viva, spumeggiante, piena di locali e punti di incontro, sparsi tra le vecchie mura, le piazze, i palazzi Liberty e le sue chiese imponenti. Le guglie delle chiese gotiche mi fanno immaginare braccia umane che si tendono verso il cielo, come per toccarlo, il cielo e le sue stelle. Questa fantasia da vita a una certa suggestione, ogni volta che metto il naso all’insù per osservare la punta estrema degli edifici.
Abbiamo visitato alcuni locali, vere e proprie bettole in certi casi, alcuni  talmente pieni di gente che non siamo riusciti ad entrare. Quelli, ci spiegava Paolo, sono i locali che di solito frequenta con gli  amici e che effettivamente sono tutti accoglienti e senza grandi pretese.
Paolo, che sarà il primo sardo migrante che intervisteremo, è una persona al quanto particolare. E’ un musicista di 38 anni e vive solo in un appartamento  nel centro storico di Barcellona, arredato a modo suo. Ad esempio, al posto del piattino per la raccolta dell’acqua per le piante, a casa sua troverai un bidet. Ha un ottimo carattere, è solare, socievole e fantasioso. Domani cominceranno le interviste: sono molto curiosa di sentire le sue riflessioni, i suoi pensieri sulla sua vita. Mi piace l’idea di scavare, in un certo senso,  nelle persone che incontreremo e nella loro vita. Ogni uomo o donna ha un esistenza diversa, si porta dietro un bagaglio differente. E’ questo aspetto del nostro progetto che mi sembra, e sempre di più, moto interessante. Ora crollo dal sonno. Mi si chiudono gli occhi mentre penso con felicità alla giornata di domani.

Barcellona 19 aprile 2009 ore 23.08

Torniamo alla base stanchi morti ma felici.  Oggi abbiamo fatto tutto il contrario rispetto a quello che ci eravamo prospettati di fare. Per cause di forza maggiore, una giornata di sole splendente su Barcellona, abbiamo abbandonato l’idea dell’intervista a Paolo e ci siamo dedicati a ben altre faccende. Abbiamo comunque fatto un ulteriore ispezione nella casa di Paolo L’appartamento si trova all’interno di una vecchia palazzina nel quartiere de la Ribeira,  centro storico, nei pressi dello splendido Palau de la musica catalana. Dai balconcini in ferro battuto sporgono piante, fiori e panni stesi che colorano e rendono vivo il vicolo. Le scale sono vecchie e usurate dal tempo: alcune delle mattonelle rosse sono spaccate,  mentre si sale si sentono  scricchiolii, il legno che le bordeggia ha perso ormai il piano orizzontale e in certi punti ha assunto una forma incurvata.
Entrando nell’appartamento, si attraversa inizialmente un breve corridoio di pochi metri che porta nella stanza principale: cucina, soggiorno e studio). E’ tutto in versione mignon ma funzionale. Gran parte dei mobili li ha costruiti Paolo con legno grezzo recuperato per la strada. Ci spiegava infatti ieri che qui il mercoledì la gente butta via le cose vecchie di ogni tipo e qualità, e che spesso si trovano materiali ottimi ed utilizzabili. Certo questo è un ottimo modo per riciclare e risparmiare insieme. Con legno grezzo e pazienza ha costruito una cassettiera, un tavolino per  lo “studio”, le sedie e il tavolo per la cucina, una porta... E’ riuscito a far diventare un lampadario un pezzo di plastica dura semi trasparente, forse del pexigas, con assemblate all’interno delle griglie di ferro arrugginito, di quelle che si usano nell’edilizia; il tutto è appeso al soffitto con una lenza da pesca, quasi invisibile.
Un piccolo divano bianco é invece reduce da una passata vita come elemento di arredo per barche:  la sua forma semiarrotondata, quasi a mezza luna, i cuscini bassi di gomma piuma, tipici da barca. E poi la porta con l’ oblò, il mare e un calamaro: è quella della sua camera da letto, anche questa appartiene alla serie fai da te. Sulla parte alta della porta ha inserito un oblò, lo ha guarnito con un brandello di una busta di plastica azzurra, ha aggiunto, sospeso con un pezzo di lenza, un’esca artificiale in forma di calamaro, ed ecco che un piccolo pezzo di finto mare si è materializzato nella stanza.
Al piano superiore si trova invece la saletta, l’ “estudio”, che utilizza per le prove con il suo “strumento”. Scrivo così perché non saprei veramente come definire questa sua creatura-invenzione: un misto tra una chitarra-violoncello con aggiunta di pedali, che Paolo suona con buste di plastica, piattini, mollette, dischetti anti ingorgo per lavandini.
Paolo fa musica sperimentale, improvvisazione. Sono incredibili i suoni che riesce a tirare fuori dal “suo” strumento. Suo perché è stato partorito da Paolo dopo tante prove e modifiche, togliendo e aggiungendo pezzi, ricavati da altri strumenti o anche da oggetti non nati per fare musica.   
Parte della giornata è trascorsa molto tranquillamente a Barcelloneta, la parte più marinara della città. Qui si trovano, per l’appunto, il porto, la spiaggia e un lungo mare piuttosto animato: persone che corrono, skater, turisti, gruppi di musicisti di strada, gente che balla e che chiacchiera, gente che prende il sole. Poche persone fanno il bagno, in effetti il mare non è troppo invitante.  Al pomeriggio siamo stati al CCCB (Centre de Cultura Contemporània de Barcelona), un centro espositivo di arte moderna molto bello ed interessante. Abbiamo visto una mostra di fotografi e fotografe, tutte/i  presentavano dei lavori che, in qualche modo, erano collegati all’Africa. Tutti nomi per  me sconosciuti, ma  ho trovato molto interessanti le loro opere mentre osservavo la mostra. Uno tra loro è Samuel Fosso, nato nel 1962 nel Camerun, che oggi vive e lavora nella Repubblica Centroafricana. Ha vissuto in Nigeria dal 1965 al 1972, dove ha conosciuto gli orrori della guerra del Biafra.  Il tema centrale delle sue opere è lui stesso. Una serie di straordinari autoritratti, alcuni  a colori, altri, i primi lavori, in bianco e nero. Effettivamente intensi e significativi, anche per la durata nel tempo, oltre trent’anni, del lavoro su se stesso. Mi ha molto colpito anche un reportage di Tsvan Girayi Mukwazimi, che lavora attualmente in Zimbabwe. Le opere esposte avevano per tema il lavoro nelle miniere di diamanti. In una foto si vedevano chiaramente i minatori all’interno della miniera intenti a scavare; insieme a loro, in mezzo alla polvere, anche diversi bambini. In un altra si vedeva la mano aperta e rugosa, probabilmente una mano di donna, con sopra dei diamanti grezzi e scuri che ha trovato, e che ovviamente non rimarranno a lei.        

Barcellona 21 aprile 2009 ore 02.22

Pensavo... Pensavo alle casualità e alle coincidenze.
Noi stessi siamo originati dall’insieme di questi due fattori (forse). E sono questi che ci accompagnano durante il corso della nostra vita.
Ricordo alcune persone che ho incontrato durante questi primi 20 anni della mia vita e che ne hanno fatto parte, per parecchio tempo, e ora non lo fanno più...come ci siamo incontrati, conosciuti, amati e allontanati.
Forse è tutto un insieme di casualità e coincidenze o forse è tutto già definito sin dal principio.

Barcellona 22 aprile 2009 ore 01.44

Che squillino le trombe e rullino i tamburi!!! Sono iniziate le interviste!! Ieri lo abbiamo fatto con Paolo Angeli e oggi con un altro sardo migrante, Jonat Atzori. Quello di cui mi sto rendendo conto, ed è poi quello che più mi piace facendo questo lavoro, è osservare le differenze tra le persone. Il modo di parlare, gli accenti, il gesticolare o meno di fronte alla telecamera, gli imbarazzi o la spavalderia...ma anche le differenze più personali, le situazioni familiari e/o  i ricordi dell’infanzia. Mentre parlano mi rendo conto che riesco ad immergermi completamente nel racconto, inizio ad immaginare pezzi e frammenti della loro vita. Paolo è la persona che mi ha incuriosito di più tra i due.  A lui piace parlare e riesce bene a tenere un discorso compiuto, anche se lungo, senza annoiarti.
Nel 1989 Paolo parte dalla Sardegna per gli studi, va a frequentare il DAMS di Bologna. “...partivo per inseguire il sogno del DAMS”. Il DAMS (Disciplina delle Arti, della Musica e dello Spettacolo) è un corso di laurea offerto, in quegli anni, solo dall’Università di Bologna.
Prima di lasciare la Sardegna, per intraprendere il percorso universitario, non ha le idee chiare sul da farsi. Non è totalmente deciso di voler fare il musicista ma vede il DAMS come qualche cosa di estremamente aperto fra le arti. Inoltre i professori che lo frequentano sono uomini illuminati come Giampiero Cane, Roberto Leydi, Pierre Clementi e Umberto Eco. Vive quindi un periodo di fermento della cultura italiana di quel momento.  Bologna rimane infatti la sua base per 16 anni. Dopo il 1996 tenta di tornare a vivere in Sardegna, dove lavora per l’archivio Cervo e riceve una borsa post-universitaria. Lavorando alla catalogazione dell’archivio, per conto dell’ISRE di Nuoro (Istituto Superiore Regionale Etnografico), passa molto tempo in Sardegna e, nel frattempo, continua a ruotare tra Bologna, Bruxelles e poi Montreal. “..avevo quindi di fatto questi 3 pianeti..” afferma Paolo mentre tenta di tracciare una sorta di percorso mentale dei suoi spostamenti.

VITA DA SARDO E RICORDI  Con la madre di Olbia e il padre di Luras, Paolo trascorre i primi 2 anni di vita ad Olbia. Di questo periodo non gli resta nessun ricordo, se non qualche racconto da parte dei genitori. “....mi dicevano che quando si imboccava la strada dell’asilo nido io iniziavo a strillare..”.
Il padre lavorava a Palau come geometra, capo dell’ufficio tecnico del comune. Per motivi diversi, tra i quali l’assenza quotidiana da casa del padre per il lavoro, decisero di trasferirsi a Palau. “.....li siamo cresciuti liberi come selvaggi”, racconta riferendosi anche al fratello maggiore Giovanni e alla sorella Alessandra.
“Vivere a Palau è come vivere in un lago. Le isolette che la circondano non lasciano nessuna via di fuga” “...a volte, in certi punti, sembra che li ci sia il mare aperto. In realtà quando fanno le belle giornate di bonaccia in cui tutto diventa limpido [...] e definito [...] vedi la Corsica e questo da un senso di protezione”   
 “...la casa in cui siamo cresciuti era a 100-150 m dal mare [...] era uno dei primi complessi residenziali..” E’ questo il luogo dove inizia a maturare l’ amore e  l’ attaccamento al suo paese e al mare “...penso che ringrazierò i miei per tutta la vita, perché mi hanno permesso di crescere con questo amore per il mare [...] è la cosa che mi lega di più alla Sardegna [...] mi lega molto la libertà che mi da e che mi ha sempre dato...”.
 “...chiaramente il mare può essere visto come il limite dell’insularità [...] però io l’ ho sempre vissuto come la possibilità di scappare, di andare via [...]  e non bisogna per forza interpretarla come fuga, ma piuttosto come avventura, come idea dell’ignoto, del viaggio, del lasciarsi alle spalle un qualche cosa che conosci e in cui ti senti profondamente radicato, e partire...”  Paolo racconta che da bambino bastava che lo portassero in un luogo lontano dal mare che lui, dopo pochi giorni, iniziava ad avvertire malessere. La scelta di Barcellona come città in cui vivere, dove trovare casa, non è casuale. “Una delle ragioni per cui sono a Barcellona è proprio perché non c’è la facevo più a vivere in una città senza il mare...” Compiuti 7 anni, il padre viene sospeso dal lavoro durante il periodo della speculazione edilizia. “...chiaramente Palau è al centro di un disegno geo-politico di un certo tipo, per cui, teoricamente, il capo dell’ufficio tecnico , in piena epoca di tangentopoli, rilascia licenze su licenze e lascia correre un sacco di cose. Papà, con un profondo senso etico e con un grande amore per il posto in cui noi siamo cresciuti, si oppone a questo meccanismo e viene sospeso dal lavoro per 10 anni.” Non potendo rientrare al lavoro fino a processo avvenuto, che veniva continuamente rinviato, tutta la famiglia è costretta a vivere con mezzo stipendio della madre e con l’assegno familiare. ”...ci siamo abituati a vivere veramente con poco...” Nonostante la situazione economica traumatica Paolo ha un ricordo molto felice della sua infanzia.“...ricordo giornate intere passate in casa a suonare con mio zio Giovanni...” “...la musica era il pane quotidiano...”  Paolo conosce ed impara un repertorio musicale dei più vari, ascoltandoli direttamente dal padre o dallo zio prima di sentire gli originali. ”... mio padre è una sorta di biblioteca vivente. Ricordava, ad esempio, partendo dagli anni 40, le canzoni che cantava suo padre. La musica sarda la filtrava in un cantautorato, la reinterpretava.” “...ho amato tantissimo De André grazie a lui [...] che cantava tutto il suo repertorio.”
Inoltre  “.....stando a Palau, a contatto con la base americana, solo li si potevano sentire generi musicali che nel resto della Sardegna non c’erano. Era il periodo dei ragazzi di colore che giravano con le radio sulla spalla”.
Grazie ad una serie di dettagli ed elementi, Paolo si forma sin dai primi anni sul piano musicale in maniera differente rispetto ad altri coetanei sardi.    

IL LEGAME CON LA SARDEGNA SUL PIANO CULTURALE  “...prima di partire per Bologna non avevo nessun tipo di legame con la musica sarda tradizionale e anzi non mi piaceva proprio [...] è interessante vedere che come mi trasferisco a Bologna per studiare imparo ad amare la musica sarda nelle aule universitarie” “...ho imparato ad amare la musica sarda nel primo corso di etnomusicologia [...] da li ho capito da dove partivo e questa scoperta mi ha messo non poco in crisi.” Paolo allo stesso tempo, insieme ad un collettivo di studenti, comincia a fare improvvisazione radicale, musica sperimentale. Si tratta quindi di conciliare gli stili, le culture diverse e le passioni “...dovevo per forza arrivare al meticciato culturale.”
La chitarra sarda preparata con cui oggi suona e fa concerti, soprattutto in Europa e nel continente americano, è il simbolo e il risultato di questo cambiamento, di questa mescolanza. C’è un altro tipo di legame che Paolo sente in maniera forte verso la sua terra. E’ una sorta di richiamo ancestrale che ha a che fare col vissuto della persona. ”per me la Sardegna è più un elemento legato alla potenza emotiva)che può avere ad esempio su di me la natura, [...] il mare, il granito.”  Si sente profondamente legato all’ isola, ma non vive la lontananza in maniera negativa o malinconica. Tanto che afferma: ”non mi sento un immigrato” e aggiunge “..questo è l’unico quartiere e l’unica città ad avere gli stessi odori e profumi di Luras, tranne quello del mosto.....”
Io intanto mi rendo conto che mi sto appassionando a questo progetto, a questo viaggio. Credo che per me sia una sorta di scommessa personale, e la scommessa consiste nel portare a termine il viaggio e il mio diario/racconto senza lasciare niente in sospeso.  

Barcellona 24 aprile 2009 ore 01.02

Oggi, cioè ieri 23 aprile in realtà, era San Jordi, una festa tutta catalana che è un po’ l’equivalente di San Valentino. Per la festa è tradizione che le donne regalino agli uomini un libro mentre, al contrario, gli uomini donano una rosa e una spiga di grano alle donne.  E’ stata una splendida giornata di sole e le strade, in ogni angolo, stazione o marciapiede, si sono riempite di gente e di venditori di rose e libri. E’ stato bello passeggiare sulle Ramblas, tra la folla in festa e i fiori.
In questi ultimi mesi, a Sassari, avevo perso il desiderio e il piacere di passeggiare per la città, osservando quello che accadeva intorno a me,  respirando a pieni polmoni quando passavo vicino ad un forno o una casa privata dalla quale usciva un profumo delizioso di cucina casalinga.. Avevo perso il piacere di stare, di vivere li. Forse anche perché l’inizio di questo viaggio si allontanava sempre, per varie ragioni non si riusciva a partire. E io  avevo ormai voglia e forse anche bisogno di spostarmi, di migrare per l’appunto, anche se per un breve periodo. E ora sto imparando a battere le ali.  Anche oggi, nonostante il caldo, siamo riusciti ad intervistare un  sardo: Antonio, un ragazzo cagliaritano di 24 anni che lavora in un ristorante caffetteria italiana gestita da altri cagliaritani.
Ieri invece abbiamo intervistato Francesco, 28 anni di Elmas, che lavora in un ristorante di Barceloneta, il mitico Can Maño, e si diplomerà domani in scultura presso la scuola d’arte Massana, presentando la tesi appunto domani mattina. Assisteremo anche noi. Gli ultimi intervistati sono tutti e due molto giovani ed hanno caratteri esattamente opposti. Antonio è chiacchierone e disinvolto di fronte alla telecamera, mentre Francesco è un poco timido e a tratti quasi imbarazzato. Antonio non ha un diploma di licenza superiore ma vorrebbe proseguire gli studi per poi frequentare l’Università qui a Barcellona, forse per studiare psicologia. Lavora e si mantiene da solo, cosa non sempre facile in questo periodo. Francesco oltre a studiare, lavora e convive con la sua fidanzata. Il ristorante dove lavora, il Can Maño, è molto alla mano e vivace, ed è un’istituzione a Barceloneta. E’ spesso frequentato da Paolo che lo definisce “l’unica bettola che mi fa star bene anche quando sono veramente  storto”. Ora che ci sono stata capisco cosa intendeva dire con quella frase. I musicisti di strada entrano, suonano musiche e chiedono qualche spicciolo, ma sempre col sorriso e con grande gentilezza. Il proprietario del locale, un vero signore che porta benissimo i suoi settant’anni e più, passa per i tavoli a prendere le ordinazioni, con una penna dietro l’orecchio che non usa mai, “la mia penna usb” la chiama,  ricordandosi sempre tutto a memoria in maniera infallibile. L’atmosfera è familiare, allegra e senza grandi pretese. Il locale è aperto da due generazioni. Poiché la fidanzata di Francesco è la figlia del proprietario saranno loro due a ereditare il Can Maño nel futuro. Un elemento in comune dei due ragazzi è, sicuramente, l’energia interiore e la voglia di fare.
E adesso, dopo un altra giornata intensa e lunga, chissà perché ancora una volta crollo dal sonno.  

Barcellona 24 aprile 2009 ore 18.39

Oggi sono stata in un tempio sikh. E’ stata un esperienza particolare e nuova. Il sikhismo è una religione relativamente giovane. E’ stata fondata nel 1500 da Guru Nanak, un mistico nato a Lahore, nella regione del Punjab, in India, anche se attualmente Lahore si trova in Pakistan. Entrando in un tempio sikh ci sono alcune semplici regole da rispettare: ci si deve togliere le scarpe e le calze, bisogna lavarsi i piedi e le mani con acqua e coprire il capo con un velo. All’interno del tempio l’atmosfera è serena e pacifica. Il pavimento è coperto da teli, per lo più bianchi, con sotto della gomma piuma arancione. In fondo alla grande stanza in cui essenzialmente è ospitato il tempio si trova un altare, adornato con spade e teli, dove conservano il Guru Grant Sahib, il loro libro sacro che contiene scritture induiste e islamiche e insegnamenti dei diversi maestri del sikhismo. Dopo aver fatto alcuni inchini attorno all’altare ci siamo seduti in terra e abbiamo conversato con un ragazzo, di famiglia buddista, poi convertito al sikhismo. Il ragazzo e babbo parlavano del fatto che, per questa religione, almeno teoricamente donne e uomini hanno le stesse regole e diritti. Tutti i visitatori sono invitati a mangiare il cibo preparato nel tempio e, volendo, possono anche dormire, a qualsiasi  ora del giorno e della notte e nessuno, pur che ci si comporti con rispetto, può mandare via la persona che entra nel tempio, perché un tempio sikh, un gurudwara si chiama per esatezza, è la casa di Dio e non degli uomini.  Anche noi, dopo poco, siamo stati invitati a mangiare con gli altri fedeli. Per i sikh mangiare insieme il cibo preparato nel tempio e cucinato da altri è molto importante. E’ una questione di rispetto e di scambio, ed è anche una forma di contrasto al rigido sistema delle caste dell’induismo. Infatti per le alte caste indù era, ed è ancora, impensabile e fonte di impurezza, consumare del cibo preparato da persone di casta inferiore, in particolare per i membri della casta sacerdotale, i brahmini. L’istituzione della cucina comune e della consuetudine di consumare i pasti insieme, senza domandarsi chi abbia preparato il cibo, é nata da una precisa intenzione da parte dei fondatori del sikhismo di opporsi al sistema delle caste.   Durante il pasto alcuni fedeli che si occupano della distribuzione del cibo passano spesso per chiederti se vuoi altro cibo o acqua, e mentre fanno questo ti chiamano “Guruji“ che significa più o meno onorevole maestro, che tu sia un uomo o una donna. Il cibo che ci è stato offerto era buonissimo e sostanzioso. Ci hanno dato dei chapati caldi, un pane che ricorda un po’ le nostre spianate, ma molto più leggero e cotto sul momento, poi abbiamo mangiato una sorta di zuppa di ceci molto saporita e piccante che si chiama channa masala, quindi una crema con verdure a base di yogurt, la raita, una  mela e un dolce di riso, latte e pistacchi, buonissimo che mi ha ricordato molto il ringris groten, un dolce semre a base di riso che fa mia nonna in Finlandia. Quando ti offrono il chapati o la mela devi unire le mani, funzione scodella, e a quel punto il fedele ti porge il cibo. Passando dalle strade della città caotica e rumorosa al tempio, mi sono sentita colmare dalla poesia di quel luogo armonioso e meditativo, almeno questa è stata la mia sensazione.
Alcuni sikh si riconoscono dal grande e colorato turbante che tengono legato al capo e dalla barba lunga. Una delle loro regole, infatti, è quella di non tagliare mai nessun pelo dal corpo. Babbo mi spiegava che, a volte, usano addirittura delle retine che trattengono la barba per evitare di farla crescere troppo. Questa per me è stata un’ esperienza intensa, che ha generato in me un sentimento positivo e mi ha portato a riflettere, soprattutto sul nostro modo di vivere quotidiano con il prossimo.  Siamo poi andati alla scuola Massana dove abbiamo assistito alla presentazione, da parte di Francesco, della sua scultura, preparata per il diploma, ai suoi colleghi di studio e alla scuola. L’opera, ispirata alla Sardegna, è composta da 3 elementi diversi: bronzo, ceramica e pietra. E’ una sorta di enorme medaglione, o grande pietra molare, dove sono raffigurati, ad incisione, una dea madre nella parte in pietra, una lampada antica nella parte in ceramica e un bronzetto nuragico nel bronzo. Sull’altra faccia della medaglia, invece, è incisa la pianta del villaggio nuragico di Barumini. Dall’opera, per me molto bella, si comprende in modo chiaro l’attaccamento e l’amore che Francesco ha per la Sardegna.
Personalmente penso sia molto bello utilizzare l’arte per manifestare i diversi sentimenti che si provano, come, in questo caso, l’amore per la tua terra, la tua casa e le tue origini.      

su un autobus tra Valencia e Murcia 2 maggio 2009 ore 19.05

Considerando che non scrivo da un po’ e che le giornate sono sempre molto intense ci sarebbe veramente tanto da raccontare. Ora siamo su un autobus diretti a Murcia. Finalmente giovedì 30 di aprile siamo riusciti a lasciare Barcellona con direzione Valencia. Inizialmente l’intenzione era quella di andare a Granada, ma per motivi logistici abbiamo optato per una breve tappa a Valencia, con mia grande gioia. Valencia è una città più piccola di Barcellona, ma il centro storico è un tesoro tutto da scoprire, con splendidi palazzi di diversi colori, decorati con stili anche molto diversi ma comunque in piena armonia con l’ambiente circostante. C’è uno straordinario connubio tra l’ antico e il moderno, una specie di equilibrio tra il vecchio e il nuovo, che mi è molto piaciuto e che ho trovato davvero interessante. Le chiese, i palazzi e le piazze sono mantenuti in maniera impeccabile, almeno nel centro storico e nelle sue vicinanze. Una parte molto bella della città è un grande spazio verde di giardini, ricavato in una zona dove in passato scorreva un fiume e dove, difatti, rimangono ancora i ponti che univano le due parti della città. La superficie in questione è molto vasta e bella, i giardini  curati, con prati, alberi, piste ciclabili e campi da calcio. Molte persone vanno li per correre, andare in bicicletta, passeggiare o anche solo per rilassarsi e far giocare i propri bambini all’aria aperta. E’ una parte della città molto frequentata dagli abitanti. Ci sono anche parecchie fontane, tutte belle e di diverso genere. Una di queste è una sorta di corridoio, a pianta quadrata, che circonda un piccola isola di verde, accessibile attraverso dei passaggi che fanno parte della struttura stessa della fontana. Lo spruzzo d’acqua è sempre uguale e della stessa altezza ( più o meno un metro) e si ripete a distanza di 2 metri uno dal altro. Le mattonelle rosse, che sono presenti sul fondo della fontana, sembra tingano l’acqua del loro colore. Molto bello e suggestivo. Ma assolutamente incredibile è, almeno per me, la Città delle Scienze e delle Arti, un complesso architettonico parzialmente ancora in costruzione, anche se la gran parte del lavoro è terminata. E’ composto da un Palazzo delle Arti, in realtà un auditorium, da un Emisfero, dal Museo della Scienza e dal Museo Oceanografico. Le strutture sono tutte realizzate con cemento armato bianco e con parti chiuse da grandi vetrate, che fanno filtrare la luce esterna rendendo l’ambiente interno molto luminoso. Ogni edificio ha una sua forma propria, che non mi è facile descrivere. Il Palazzo dell’Arte, ad esempio, mi ha fatto pensare ad un uccello stilizzato, con un grande becco e con occhi allungati.   In alcuni tratti le costruzioni sono divise da ponti, anche essi bianchi, con un disegno moderno, caratterizzato dalla presenza di rette che convergono in un punto dal quale ha origine una sorta di arco rovesciato. Alcune parti delle strutture richiamano il famoso Teatro dell’opera di Sidney.  Gli edifici sono circondati da vasche d’ acqua, in alcune delle quali sono stati inseriti  dei ginepri.
E’ un’opera molto bella e particolare,  a mio parere complessa e difficile da concepire. Osservandola mi è venuto spontaneo riflettere sulle capacità e le possibilità  che ha oggi l’uomo di realizzare edifici sempre più articolati e avveniristici, di andare oltre ed avanti. Ho pensato al progresso, al mondo a cui si è arrivati sinora, che può essere apprezzato o disprezzato, e questo può essere vero in tutti i campi. Ho pensato alla lunghissima strada che si è fatta per raggiungere questo, e mi sono emozionata anche un po’. Ho pensato ai nuraghi, ho pensato a Fidia, a Brunelleschi, a Leon Battista Alberti, a Jones, a Gaudi, grandi predecessori che fanno parte della storia  che ci ha permesso di arrivare sino a qui, sino a questa ulteriore incredibile opera dell’ architettura. E come se, briciola dopo briciola, tassello dopo tassello, si sia costruita e si stia costruendo una strada immensa, sempre più articolata e complessa, certo  con tanti lati, positivi e anche negativi. Ma tornando a bomba...dato che la Città delle Arti e della Scienza, opera del catalano Calatrava (diamo a Cesare.....), è molto grande, non siamo riusciti a vedere tutto e abbiamo optato per il Museo della Scienza, che non è assolutamente niente di speciale come esposizioni, pieno di gente e di giochini vari che non mi hanno per nulla impressionato.  Poi abbiamo visitato l’ Oceanografico, che invece personalmente ho trovato veramente affascinante. Abbiamo impiegato oltre 4 ore per visitarlo e non siamo neanche riusciti a vedere tutti i padiglioni. Gli animali, tra quelli ospitati, che mi hanno più colpito, sono stati i trichechi, i leoni marini e le foche. In alcune parti della struttura sono state costruite delle vasche-tunnel, che i visitatori percorrono all’ interno del tunnel di vetro, mentre nelle vasche nuotano pesci di diversi colori e dimensioni, squali e murene di varietà differenti. Mi sono sentita come avvolta da quegli animali incredibbili.  Successivamente abbiamo saputo che ogni Venerdì sera si organizzano gruppi di bambini che, accompagnati dai genitori, possono dormire nel tunnel con tanto di materassino e sacco a pelo. Penso che possa davvero essere una notte speciale e insolita per un bambino, a me sarebbe piaciuto di sicuro, anzi mi piacerebbe ancora.
Il ballo dei delfini, questo si svolge all’aperto in una grande piscina, è veramente incredibile. La coordinazione e l’obbedienza alle loro ammaestratrici e ai loro ammaestratori è stupefacente. Spiccano salti altissimi, fanno capriole, emettono versi affascinanti. Penso che tra il delfino e chi lo ammaestra si instauri una sorta di rapporto di complicità e affetto (ho visto delfini dare veri e propri baci alle loro “maestre”). Certo, dopo aver ammirato questi bellissimi animali e goduto dello spettacolo, ti poni la domanda: non si sentiranno in galera a nuotare per il resto della loro vita in una vasca, anche se grande, invece che in mare aperto? E la mia risposta è un grande si. Ma non voglio concludere con toni malinconici e allora spostiamo il centro dell’attenzione su altri piani...c’è un altro punto a favore di Valencia: il cibo è buonissimo. Ad esempio la Paella del Principito, un localino situato di fronte al grande mercato centrale, ricoperto di piastrelle di ceramica molto belle. Per chi dovesse gradire la cucina libanese abbiamo trovato un ottimo ristorante, non molto “barato” ecco, ma con piatti buonissimi dal primo all’ultimo. Il nome: Beirut U in Conde Altea 39.
Anche i dolci ci sono piaciuti: abbiamo gustato i tipici fartons, da inzuppare nell’orzata: hanno una forma allungata, una pasta sottile e possono essere vuoti, con cioccolato o con crema, con una spolverata di zucchero a velo.   A babbo gli è presa la fissa di fare le foto di gruppo in ogni ostello o casa dove dormiamo.  E questo è quello che abbiamo fatto anche stamattina prima di andar via.  C’è un dettaglio: col fatto che di solito andiamo via dagli ostelli la mattina nelle foto io ho sempre una faccia da sonno da far paura. L’idea però è effettivamente molto carina, anche perché sarà sicuramente bello rivedere le immagini tra un po’ di tempo. Oggi, prima di partire, siamo anche riusciti a fare un intervista. Questa volta abbiamo incontrato Mario Melaiu, un signore di Aglientu, lo stesso paese di Paola. Mario vive in Spagna da 20 anni, è sposato e ha due figli. La cosa carina è che gli viene più facile parlare in gallurese più che in italiano, che parla con un forte accento spagnolo. Per questo motivo, ma non solo, abbiamo inserito un elemento nuovo: l’intervista è stata video registrata in gallurese appunto. A volte ho effettivamente avuto qualche problema nella comprensione, ma nel complesso mi sento di poter dire che lo capisco.  Alla fine di questa giornata ancora una volta sono molto stanca. Guardando fuori dai vetri dell’autobus osservo le montagne, i campi coltivati e gli alberi, le case, la gente, i luoghi; e tutto sembra darmi un senso di pace e di tranquillità.   E’ bello viaggiare....

Murcia 3 maggio 2009 ore 23.35

Pensavo: questa prima parte del viaggio è riuscita bene e tutto, fortunatamente, è filato liscio, a parte qualche litigata tra babbo e Paola che ogni tanto movimenta la situazione....Ma questo fa parte di ogni storia d’amore vissuta da esseri umani dotati di un po’ di carattere.  
La tappa successiva a Valencia è Murcia: una cittadina poco turistica e piuttosto tranquilla. Io non sapevo neanche della sua esistenza prima d’ora.
E’ stato babbo che ci ha spinto a fare una deviazione per questa città. Murcia è infatti la città natale di Ibn Arabi, un sapiente, filosofo e mistico arabo la cui tomba si trova a Damasco, in Siria. Fu contemporaneo del più noto Averroé, altro filosofo e sapiente arabo nato in Andalusia, ed è famosa la risposta che diede, giovanissimo, al maestro che gli chiedeva: “Ci si arriva?”, intendendo probabilmente alla comprensione di Dio. “Fino a un certo punto”, fu la risposta del giovanissimo Ibn Arabì.  La sua opera è conosciuta da molti mistici, sia orientali che occidentali; alcuni studiosi pensano che egli abbia in qualche misura influenzato, se pur in modo indiretto, Dante e San Giovanni della Croce. In città purtroppo non è rimasto quasi niente del periodo arabo, se non i pochi resti delle antiche mura. Le costruzioni arabe sono state tutte demolite e non c’è quasi memoria dell’illustre concittadino. Come è spesso accaduto, purtroppo, in diverse città, la storia e lo splendore del passato è andato perduto. La vita a Murcia non è certamente paragonabile a quella delle altre due grandi città, vive e spumeggianti, che abbiamo visitato sin ora. Questa mattina, mentre facevamo un giro di perlustrazione urbana, ci siamo imbattuti nel piazzale affollato di una chiesa, dove diversi bambini e bambine avevano appena terminato la prima comunione. Le femminucce erano agghindate dalla testa ai piedi con vestiti quasi tutti uguali: vestiti bianchi di raso e una retina a coprire il capo, con  gonne lunghe fino ai piedi un po’ bombate, suppongo con un cerchietto inserito per mantenere la forma,  scarpe di tela o di vernice, nastri nei capelli e catenine al collo. I maschietti invece portavano completi da marinaretti con calzoncini alla pescatora. Si capiva che i protagonisti della giornata erano i bambini. Un signore arabo, riparato all’ombra di un albero e accompagnato da un ragazzino, suonava una musica che seguiva le semplici e allegre melodie tipiche di quelle delle feste di paese. I bambini ballavano, giocavano tra di loro e si mettevano in posa per farsi fare le fotografie.  Sembrava la scena di un film. E’ evidente l’importanza della  presenza della Chiesa cattolica nella vita della città, come in diversi altri luoghi in Spagna.  I momenti dedicati al culto diventano anche occasione di incontro e di scambio per la gente, che la domenica mattina si prepara con tanta cura, indossando vestiti eleganti, o che per lo meno intenzionalmente dovrebbero esserlo, prima di andare in Chiesa.   Passeggiando per le vie ci si rende subito conto che qui sia la popolazione che il suo stile di vita sono molto tranquilli: è molto comune, probabilmente soprattutto nel fine settimana, fermarsi nelle diverse piazze e mangiare tapas e bere qualcosa, seduti al tavolo di uno dei tanti café, con tutta la famiglia o con un gruppo di amici. Durante la passeggiata ci siamo imbattuti in un incredibile mercatino delle pulci e abbiamo curiosato tra la gente, osservando i diversi articoli in vendita. C’erano esposti dischi in vinile, gira dischi, antiche bilance, libri spagnoli e stranieri, diversi in francese, mantelli grandi e pesanti decorati a mano, quadri bucati, chiavi inglesi arrugginite, biciclette senza sellino, articoli religiosi, sino ad arrivare alle cose più kitch ed inutili che si possano mettere in vendita o acquistare.
Babbo si è appassionato alla compra vendita di una vecchia sveglia arrugginita. Il venditore spiegava al compratore, che secondo il primo aveva proposto un prezzo troppo basso, che la sveglia gli serviva per mandare i figli a scuola e che non avrebbe potuto lasciarla a così poco prezzo. Murcia è la città che meno mi ha colpito e interessato sotto vari punti di vista. E’ uno di quei luoghi poco conosciuti dal turismo che mantengono uno stile di vita, un po’ simile a quello di alcuni paesi della Sardegna, tranquillo, semplice e ripetitivo, dal quale personalmente sto tentando di fuggire. Nonostante questo penso sia interessante deviare dai soliti percorsi turistici per andare a conoscere le realtà meno conosciute di un paese, come la Spagna, che offre tanto da scoprire.

Granada 5 maggio 2009 ore 00.45

Ed eccoci a Granada. Dopo tre ore e mezza di autobus e un viaggio attraverso una terra bellissima, sovrastata dalle montagne coperte di neve della Sierra Nevada, siamo arrivati  e abbiamo preso alloggio in un ostello che si trova proprio nelle viuzze del centro storico della città: il Maktub Backpackers. E per un pelo non sono morta di infarto! Per arrivare alle nostre stanze abbiamo dovuto “scalare” con i bagagli in spalla 3 piani di scale! Detto così non sembra tragico..e invece SI! Le scale sono vecchie, in legno consumato e alte. Babbo ha detto “Prima lezione per chi si porta troppi bagagli..”.  Fortuna ha voluto che una ragazza dell’ostello mi abbia aiutato a portare il trolley, senno’ addio Tao. A parte questa piccola parentesi, il posto è carino, colorato, assolutamente modesto. Una cosa molto bella è la terrazza, arieggiata e fresca, coperta da un tetto con travi in legno. Ci si può sedere su dei cuscini a godersi il fresco, e la vista sui tetti e sulle viuzze della città, e anche sull’ Alhambra, è molto graziosa, insomma la terrazza è la parte migliore dell’ostello.  Babbo e Paola stanno in una stanza doppia, “la suite royal” l’hanno ironicamente battezzata i gestori, che però naturalmente di “royal” non ha niente. La stanza è piccola, lo spazio per muoversi è ridotto al minimo e il sole, che sorge alle 6 del mattino, fa capolino dalla finestra, senza persiane o tende oscuranti, proprio sui loro visi. Beh, così si svegliano senza ombra di dubbio di buon ora. Io invece sono alloggiata in un dormitorio comune. La mia compagna di stanza è una giapponese che legge in continuazione, di giorno e di notte. Questo pomeriggio, cioè ormai ieri pomeriggio data l’ora tarda, abbiamo fatto una prima esplorazione della città. Passeggiando per le vie strette, spesso con ripide salite che si alternano ad altrettanto ripide discese, colpiscono le belle case con intonaco bianco, dalle finestre in legno, ornate di fiori, dalle  porte colorate; qualche ragazzo suonava per la strada. Mi da sempre un senso di piacere sentire una musica per le strade di una città, che io sia di buono o di cattivo umore. Aiuta a rendere l’atmosfera più gradevole. In realtà l’obiettivo principale della nostra passeggiata era raggiungere l’ Alhambra, la meta di ogni turista che visita Granada, una città murata risalente al periodo arabo. Il nome in arabo “al-hamra” significa “la rossa” e originariamente il suo nome intero era “Qual at al-hamra” che significa fortezza rossa. Secondo alcune teorie il nome deriva dal fatto che le mura, durante il tramonto, assumono una colorazione tendente al rosso, cosa che effettivamente accade. Originariamente al suo interno vi erano tutti gli edifici necessari  agli abitanti: moschee, scuole, botteghe. Oggi molti degli edifici sono andati distrutti. Nel 1984 l’ UNESCO ha proclamato l’ Alhambra patrimonio mondiale dell’umanità. Purtroppo siamo arrivati troppo tardi per una visita serale, ma in realtà volevamo soprattutto avere delle informazioni. La signora che ce le ha date ci ha detto di tornare al mattino dopo alle 7.30, in modo da essere certi di riuscire a trovare i biglietti e poter visitare tutto con calma. E così domani mattina la sveglia sarà all’ora delle galline. Una cosa carina è stata l’incontro assolutamente casuale con Claudia Sanna  nelle strade del centro. Claudia è una ragazza sarda, studentessa in archeologia, che si trova a Granada per un master and back, una specie di borsa di studio della regione sarda che permette di fare un’ esperienza di studio o di lavoro all’estero. La nostra intenzione era di non contattare nessuna istituzione, e di non cercare contatti con sardi a Granada, a meno che non li avessimo incontrati per caso. E così è stato. Domani quindi appuntamento con Claudia per  l’ intervista.

Granada 5 maggio 2009 ore 23.59

Mamma mia che giornata...Stamattina siamo andati all’assalto dell’Alhambra. All’ora stabilita eravamo in coda per la biglietteria. Durante l’attesa la nostra attenzione è stata catturata da un signore giapponese primo della fila. I suoi atteggiamenti erano assolutamente meravigliosi. Nell’attesa praticava mosse di karate, dando calci nell’aria con una rigidità e una precisione incredibile, almeno per me. Ad ogni calcio che tirava o esercizio che faceva, dalla fila che si era formata dietro di lui, si sentivano delle risatine: era effettivamente difficile trattenerle. Dopo aver praticato alcuni esercizi prendeva posizione sul pavimento in marmo, proprio davanti alla  biglietteria ancora chiusa, con i piedi uniti, le spalle dritte e lo sguardo fisso, le braccia lungo i fianchi oppure con le mani dietro la schiena. Si capiva chiaramente che il suo fermo obiettivo era: essere il primo ad entrare all’Alhambra. E di questo fatto sembrava essere assolutamente fiero. Dopo un po’ di tempo che lo stavamo osservando ci è venuta la curiosità di sapere da che ora si trovava li, per poter essere senza dubbio alcuno il primo della lunga fila. E babbo alla fine gli si è avvicinato e glielo ha chiesto spudoratamente: “5 o’clock.” è stata la fiera e marziale risposta. Noi abbiamo pensato che, molto probabilmente, deve essere rimasto solo al buio per almeno un ora o due. Nessuno infatti probabilmente era arrivato prima delle sette. Era davvero meraviglioso, sembrava il personaggio da film,  solo che era tutto vero, lui, la situazione, le mosse di karaté. Babbo ha teorizzato che fosse un discendente di samurai. Ma il pezzo forte dello spettacolo è arrivato quando una molto spagnola signora delle pulizie è arrivata, con tanto di secchio e di moccio, per lavare il pavimento davanti alla biglietteria del quale si era gloriosamente appropriato il giapponese. Inizialmente la signora, molto gentilmente, gli ha chiesto di spostarsi. Lui, a piccoli passi, si è scostato, non di molto, giusto il tanto di abbandonare la posizione saldamente conquistata sul pavimento, ma tenendosi prudentemente proprio sul confine tra il terreno e il pavimento... Aveva forse paura che la signora delle pulizie gli rubasse la posizione di numero 1? Appena la signora ha passato il moccio bagnato sul pavimento davanti a lui, dirigendosi poi verso un altra parte da pulire, il nostro eroe ha di nuovo, e immediatamente,  preso posizione sul pavimento, rigido e fiero come un guerriero. Dopo neanche due secondi la signora gli ha chiesto di nuovo di spostarsi,  per poter dare la seconda passata. Questa volta in verità un po’ scocciata. Il  samurai si è spostato di nuovo, ma tenendosi  sempre a pochi centimetri dal pavimento....Il nemico si sta impossessando della sua postazione!!!...Sembra turbato....Poiché si è spostato solo di pochi centimetri, la signora non aveva una grande facilità di movimento. E così, per la terza volta, gli ha detto di spostarsi, ma in maniera decisamente più energica rispetto alle precedenti. Nel mentre tra la fila le risatine continuavano, comprese le nostre. Dopo aver subito la tortura psicologica, e la disfatta militare, del lavaggio del pavimento il signore può nuovamente prendere posizione sullo stesso!..fino a che, ad un tratto, ma all’ora prevista in verità....APRE LA BIGLIETTERIA...Il nostro eroe scalpita mentre attende che tutto sia pronto per la vendita dei biglietti e, non appena tutto è al suo posto, si gira verso il gruppo di persone che sta dietro di lui, fa un inchino, togliendosi il berretto nero che porta sul capo, si volta nuovamente e si avvicina trionfante allo sportello! Poi fa il suo ingresso, primo tra i primi. Noi entriamo circa venti minuti più tardi. Una volta dentro l’Alhambra decidiamo di fare un percorso al contrario rispetto a quello indicato dalle frecce, anche per non trovarci da subito in mezzo alla folla. Ci incamminiamo e entriamo all’interno di uno splendido giardino fiorito, con tane piante e giochi d’acqua. Ci siamo soltanto noi e qualche  giardiniere. Mentre passeggiamo ammiriamo la splendida vista mattutina su Granada. Dopo un po’ ci separiamo e ognuno fa da solo il suo percorso. Nel frattempo la giornata si fa sempre più calda e, tra la visita ad un palazzo e l’altro, io mi concedo dei brevi riposini in quei rari angoli non gremiti di visitatori. Mi fermo davanti ad una fontanella, in compagnia di un gatto e di un ranocchio che, col suo verso fa da sottofondo musicale. I palazzi principali dell’Alhambra sono quello del sultano e quello edificato da Carlo V. Nelle vicinanze, ma separato dalla cittadela, si trova poi il palazzo del Generalife, costruito come residenza estiva del sultano. E che residenza....  Tornando all’Alhambra il grande palazzo del sultano è molto più bello e molto diverso da quello costruito da Carlo V proprio sopra la residenza del sultano. La differenza di stile e di tratti è palese. Il palazzo di Carlo V è pesante e imponente. Gli edifici arabi invece sono  ampi si, ma di grande delicatezza nelle architetture, nei colonnati e nei cortili. La parte araba è davvero bella e affascinante, molto armoniosa e molto diversa dall’ idea, un poco prepotente, di bellezza dei cristiani dell’epoca. All’interno delle molte e splendide sale del palazzo si trovano spesso delle scritte in arabo, che significano: “Non c’è altro vincitore se non Dio” e “ Dio è grande”, in arabo Allah o Akbar. Queste frasi sono incise sulla pietra all’interno delle sale; in alcuni punti si possono ancora vedere parti di piastrelle colorate, oramai consumate dal tempo. I cortili all’interno dei palazzi sono tutti di forma rettangolare e non manca mai la presenza dell’ acqua, che per gli arabi è molto importante. L’unica grave pecca di questo posto è l’eccessivo affollamento di turisti, una vera  orda, che con il loro vociare e i flash delle macchine fotografiche sempre in azione, rovinano l’atmosfera tranquilla di questo luogo magico. Ma questo succede spesso nei posti che attraggono molti turisti, e l’Alhambra è sicuramente uno tra i principali al mondo. Anche il Generalife, con i suoi colorati roseti, i labirinti di alberi, i cespugli e i canali d’acqua, gli zampilli delle tante fontane, è un luogo assolutamente meraviglioso. Dai portici del cortile si può ammirare una vista spettacolare sulla città. E’ bellissimo passeggiare tra le piante e i fiori di mille colori diversi e, quando è possibile, rinfrescarsi con gli spruzzi d’acqua delle fontanelle. E’ bellissimo camminare sotto il sole cocente e, alzando lo sguardo, poter ammirare la Sierra Nevada in tutto il suo splendore. E’ una tra le tante cose che mi ha colpito al cuore. Dopo la mattinata passata tra queste meraviglie abbiamo incontrato Claudia per l’intervista. Con lei c’ erano anche due sue amiche, anche loro sarde, tra cui Elena Cappai, una sassarese. E alla fine infatti di interviste ne abbiamo fatto due perché anche Elena, la sassarese, si è offerta volontaria. Per concludere la serata ci siamo arrampicati sul Mirador de San Nicolas, il bel vedere da dove c’è una fantastica vista sull’Alhambra, con lo sfondo della Sierra Nevada coperta di neve. Tutto questo durante l’ora del tramonto, che con i suoi colori rende tutto più suggestivo.  Però c’era qualcosa che mancava a questo viaggio. Dopo quasi un mese in Spagna non abbiamo ancora visto un ballo di flamenco! E quindi, sotto la guida di Claudia, siamo andati a mangiare in un ristorante dove, oltre all’ottima cena, abbiamo assistito a uno spettacolo di flamenco. Io non lo avevo mai visto dal vivo prima d’ora. Il flamenco è un genere di canto, musica e danza, nato tra la fine del 1700 e l'inizio del 1800 fra i gitani andalusi, che mescolarono la loro cultura con il già esistente folclore moresco e con la musica ebraica, spinti dalla necessità e dal desiderio di esprimere appunto con la musica, il canto e la danza le proprie emozioni profonde, il proprio modo di sentire e di vivere. C’è chi sostiene che nel flamenco il coinvolgimento dell’artista è inseparabile da quello del pubblico stesso. Il canto è molto particolare, davvero bello e appassionato . I testi delle canzoni parlano  di allegria, di amore e della natura. Il canto del flamenco viene definito “il canto dell’anima”. Credo che questa definizione sia la più appropriata per tentare di far capire cosa si prova ad ascoltare un flamenqero che canta. E’ emozionante, è una musica che ti prende e ti trascina con se, con ritmi che variano e poi tornano quelli di prima..e quando sembra tutto finito..no! Riprende più energica e appassionante di prima.
E la ballerina in questo delirio si muove in un modo sensuale. Lei, la danzatrice del nostro spettacolo, faceva i suoi passi piccoli, appena accennati, e talmente veloci che non avevo il tempo di capire cosa facesse con esattezza. Sembrava a tratti che volesse sfondare il pavimento, e che potesse anche riuscirci, da un momento all’altro. Aveva così tanta energia nel corpo e nei movimenti. E’ difficile provare a spiegare quelle variazioni velocissime, e lo è anche cercare di spiegare le emozioni che si provano nell’ammirarle.  E con questo splendido regalo che ci è stato fatto stasera, domani lascieremo Granada.

Siviglia 6 maggio 2009 ore 23.17

Siamo a Siviglia; siamo arrivati questa sera dopo più di tre ore di pullman.
Fa un caldo infernale...e i nostri letti hanno ancora le coperte di lana!!!!
Il nostro alloggio si trova in una zona non troppo centrale e assolutamente non turistica di Siviglia... Non ci troviamo nei quartieri alti tanto per intenderci. Quando siamo arrivati l’ingresso dell’ostello era chiuso da un grosso cancello. Senza considerare la prima impressione, cioè di essere capitata in una galera a pagamento, per il resto tutto è andato bene. La reception, le scale che portano alle stanze e il patio sono tutti decorati con piastrelle colorate. Decorare gli interni degli edifici con piastrelle è molto comune nel sud della Spagna. Le raffigurazioni possono essere geometriche, floreali o anche paesaggistiche. Spesso il colore dominante è il blu, ma vengono utilizzati anche molto il verde, il giallo e colori più scuri.
Siamo tutti e tre stravolti dal viaggio. Dopo una cena a base di pane, olive e salsiccia andiamo a letto avvolti sempre di più dall’aria calda... E io ho finito tutta l’acqua..CHE CALDOOOO!!!!

Siviglia 7 maggio 2009 ore 23.48

Ho rischiato di uccidere mio padre o di farmi uccidere da lui? mah..Ieri siamo arrivato in albergo con una bottiglia d’acqua quasi piena e io, senza rendermene conto, durante la cena l’ho bevuta tutta. Col caldo che c’è stato stanotte, e con la cena asciutta di ieri sera, tutti abbiamo avuto sete, ma babbo più di tutti, così pare. Mi ha detto che, durante la notte, ha sognato di trovarsi davanti a delle foto in cui apparivano delle fontane e lui cercava di entrare nelle fotografie per arrivare all’acqua ma, per un motivo o per l’altro, non ci arrivava mai. Ovviamente oggi abbiamo scoperto che l’acqua di rubinetto qui è potabile. E d’altra parte, data l’arsura notturna, babbo ne ha bevuta in abbondanza stanotte. E così sono stata assolta dall’accusa di tentato omicidio paterno. Anche se non sono stata, ancora, del tutto perdonata... Stamattina abbiamo vagato in lungo e in largo per la città, tra la famosa Plaza de Espana, considerata una delle più belle al mondo, l’imponente cattedrale, i parchi, le vie più o meno turistiche e per finire la passeggiata notturna lungo la riva del fiume Guadalquivir. E dopo una giornata passata a camminate sotto il sole cocente riposare al fresco credo sia l’unica cosa che chiedo. Un posto carino per sedersi e riposare alla sera è la riva del fiume, dove la vista della città illuminata di notte è resa ancora più gradevole dall’atmosfera circostante.  Durante le ore notturne la zona diventa un punto di incontro soprattutto per giovani. Qualcuno suona, tamburi o chitarre, altri bevono in compagnia. In città ci sono molti turisti, anche spagnoli, e questo rende la città un po’ meno vivibile e piacevole.  Lo smalto delle piastrelle che luccica sotto il sole cocente, il chiacchiericcio della gente che passeggia per le strade, il caldo asfissiante: questo è quello che più ricorderò di Siviglia. Per quanto riguarda il cibo siamo stati davvero fortunati. Abbiamo trovato, per puro caso ma anche grazie al fiuto paterno, un ristorante fuori dal giro turistico, in verità più una vineria dove si mangiano piatti combinati o tapas, dove abbiamo mangiato molto bene, spendendo poco, tanto che ci siamo tornati anche per la cena. Per quanto riguarda la ricerca dei buoni posti dove mangiare abbiamo stabilito dei precisi  ruoli e compiti. Io, soprannominata il segugio delle paste, e il nome spiega tutto, sono l’addetta alla ricerca mattutina per le colazioni. Babbo invece è addetto al settore pranzi e cene. Entrambi siamo ovviamente supportati da Paola. E devo dire che assolviamo ai nostri doveri con molta dedizione e successo.  

Cordoba 9 maggio 2009 ore 00.45

Il caldo ci perseguita..ma nonostante questo oggi che è ormai ieri, abbiamo continuato ad esplorare Siviglia. Al mattino siamo andati a visitate la parte della città che si trova sulla sponda destra del fiume. Questa zona è molto meno turistica della Siviglia che abbiamo conosciuto ieri. Sulla facciata di alcune case ci sono delle targhe in ceramica che ricordano che in quella casa è nato, vissuto e/o deceduto il toreador tal dei tali. Non bisogna dimenticare che ci troviamo in Andalusia, vera patria della corrida e del toreri. Una cosa che forse non è resa molto chiara è il fatto che la corrida non è amata e praticata in tutta la Spagna. In Catalogna, ad esempio, è molto forte la politica anti corrida al contrario di quanto succede in Andalusia, dove spesso nei bar e nei ristoranti puoi incontrare  trofei e manifesti di celebri toreri della zona. Ci sono idee contrastanti riguardo a questa pratica. A me personalmente, quando se ne parla, mi viene da pensare alle pratiche, un poco barbare, dei giochi romani, in cui il gladiatore si scontrava con leoni e tigri. Io credo che l’emozione, l’adrenalina e il senso di intrattenimento fossero in un certo senso simili a quelli della corrida di oggi. Certo per l’uomo i pericoli all’epoca erano differenti rispetto a quelli attuali, si combatteva in un certo senso ad armi pari, mentre il toro subisce un trattamento piuttosto pesante prima dello scontro con il matador; ma quello che rimane è la competizione tra l’uomo e l’animale, per poter mettere in luce il vincitore e il vinto, il forte e il debole. Non nascondo che provo una certa curiosità all’idea di poterne vedere una. In ogni caso per pranzo, tanto per stare in tema e fare in qualche modo onore all’Andalusia, abbiamo mangiato la famosa coda di toro con patate. Buonissima. La frase di presentazione del piatto del cameriere che ci ha servito, un signore di una certa età, non particolarmente curato ma molto cordiale e simpatico: “con eso te vas a morir” lascia ad intendere. Il tutto annaffiato con tinto de Verano, vale a dire vino rosso e gazzosa fredda, assolutamente la cosa migliore che ci possano offrire con questo caldo. Dopo esserci fatti arrostire per l’ultima volta dal sole sevigliano, questo pomeriggio siamo partiti in direzione di Cordoba. Cordoba è una città molto antica, di origini romane, e durante l’epoca in cui gli arabi dominarono l’Andalusia diventò la principale città europea, quindi probabilmente del mondo intero, raggiungendo una popolazione di più di un milione di abitani. A Cordoba nacque e visse anche il celebre filosofo Averroè. Il centro della città, davvero splendido, è  ancora racchiuso tra le mura, e al loro interno le vie e i vicoli sono colmi di fiori e di case con patii mozza fiato. Qui tutti gli anni si svolge la gara dei patii. Durante questo periodo i proprietari li abbelliscono e li curano per metterli in mostra, aprendoli al pubblico. I proprietari dei patii vincitori ricevono come premio del denaro che dovrebbe essere utilizzato per la cura dei luoghi. Anche il nostro albergo ha un patio al interno. Il colore predominante è l’azzurro: gli archi che abbracciano il patio, la fontanella piastrellata, i vasi con fiori e piante appesi lungo le pareti, candele e incensi in tutto il patio.
Quando siamo arrivati e abbiamo realizzato che questo era il nostro albergo siamo rimasti senza parole. Passeggiando per le strade di notte sembra di trovarsi nel regno delle fiabe. Attraverso i vicoli fioriti, ascoltando il suono dell’acqua che arriva dalle tante fontane, siamo arrivata alla Mesquita, completamente illuminata per la notte. La Mesquita è un antica è grandissima moschea che ora ospita, in una sezione soltanto, la cattedrale  cattolica di Cordoba. Naturalmente, come al solito, mi si chiudono gli occhi mentre penso a cosa vedrò domani.

Cordoba 9 maggio 2009 ore 23.53

Una curiosità: in questa città è comune fare colazione con pane caldo e salsa di pomodoro. Babbo naturalmente ha abbracciato subito le tradizioni locali.
Io personalmente, se proprio devo scegliere, preferisco il mio succo d’arancia e i miei prodotti di pasticceria. Paola appartiene alla mia stessa scuola di pensiero.  Quindi, tralasciando la questione desayuno (colazione), tutto il resto è andato bene. La città non è molto grande, per lo meno il centro storico all’interno delle mura, e capita spesso di passare ripetutamente nelle stesse stradine. Ci sono diverse sculture di grandi personaggi storici cordobesi, tra i quali Averroè e Seneca. Ad una certo momento della giornata abbiamo deciso di separarci, dato che ognuno voleva andare in direzioni diverse. Una cosa che mi piace molto fare da quando siamo partiti è passeggiare per le strade senza avere una meta precisa e lasciare tutto al caso o al vicolo, alla strada che in quel momento mi ispira di più. Ora che ci penso non ho mai fatto una cosa del genere a Sassari. Li, quando esco, ho sempre un posto ben preciso dove andare e di solito sono sempre di fretta. Sono famosa per essere avvistata mentre corro per andare da una parte o dall’altra di Sassari. Magari un giorno mi prenderò del tempo per conoscere meglio anche la mia città, passeggiando senza una meta. Chissà. Ma tornando a Cordoba....la mia passeggiata improvvisata mi ha portato a scoprire una serie di balconi e finestre fioriti veramente belli, forse i più belli bella città.  I fiori sono in genere di colore violetto o rosa, molto curati. E’ bella anche la “plaza” principale. E’ a pianta rettangolare ed è circondata da una serie di palazzi, con colonnati, che gli girano intorno e la racchiudono. Sotto i colonnati ci sono negozi, bazar e ristoranti, la piazza è piena di tavolini e sedie, che durante l’ora di pranzo sono quasi tutte occupate. Un altro elemento interessante, e positivo, è il prezzo della comida (cibo) nei ristoranti. Qui si mangia davvero molto bene spendendo veramente poco. Io mi sono innamorata delle melanzane fritte con miele: è diventato il mio piatto preferito di questi giorni. Abbiamo visitato diversi ristoranti, decisamente tra i migliori, sotto tutti gli aspetti, che abbiamo trovato in Spagna. Babbo e Paola ne sono stati particolarmente entusiasti. Ma è Cordoba in se che ci ha davvero colpito. Un vero gioiello. Ah: programmi per il futuro. Oggi abbiamo deciso che l’ 11, dopodomani, andiamo a Madrid. Infatti abbiamo deciso di stare qui a Cordoba un giorno in più del previsto, e ne vale la pena. E io il 12 parto per Parigi, vado a lavorare come baby sitter...Non vedo l’ora!!!

Madrid 11 maggio 2009 ore 23.20

Questa è la mia ultima notte spagnola. Domani parto per la Francia per un mese e mezzo.  Siamo a Madrid e io per stanotte dormo in un ostello vicino alla Gran Via. Babbo e Paola sono ospiti di Cristina Garcia Rodero, una fotografa spagnola che vive a Madrid e che babbo ha conosciuto, qualche anno fa, in uno dei suoi viaggi in India.  Cristina è una fotografa molto affermata, conosciuta in tutto il mondo e fa parte della famosa agenzia Magnum. E’ una donna molto intraprendente che, a quanto dice mio padre, e la sua casa lo conferma, lavora in continuazione. Da brava fotografa la sua casa è carica di fotografe, computer e mille carte e aggeggi sparsi per le varie stanze. Ci sono alcuni suoi scatti appesi al muro molto interessanti. In particolare alcuni in bianco e nero che fanno parte di un suo straordinario lavoro “Espagna occulta” che, ormai molti anni fa, decretò il suo successo.
Alcuni dei suoi più recenti lavori hanno per tema l’isola di Haiti, dove Cristina ha investigato sui riti collettivi del voodoo. Alcuni immagini di questo lavoro, intitolato “Rituals in Haiti”, sono state esposte alla Biennale di Venezia del 2001, che ho visitato con babbo e ricordo ancora quelle immagini straordinarie e potenti. Cristina porta avanti ormai da anni un lavoro che, secondo lei, aspira a raccontare il corpo e l’anima umana, che ha chiamato “Entre el cielo y la tierra”. Questa sera abbiamo cenato insieme in un bar di tapas vicino a casa sua, nella zona bene di Madrid, e lei e babbo ci hanno raccontato dei loro viaggi insieme e delle loro pazze e divertenti avventure... e pretese. Poi sono tornata al mio modesto ostello con un taxi a cui Cristina ha dato precise indicazioni perché fossi recapitata al giusto indirizzo. E infatti ora sono nella mia stanzetta e, in un momento di tranquillità, rifletto su questo mese passato in viaggio. Questa prima parte di avventura è finita. Ma sono sicura che ho, e abbiamo, e avremo ancora tanto da vedere e da imparare; sia dai luoghi che dalla gente che incrociamo e che ci racconta, ci consegna le loro vite e le loro storie. Credo proprio che questo sia un meraviglioso progetto e che vada davvero la pena continuare.

 

..ritorna a il Diario di Tao

Ultimo aggiornamento ( Sabato 17 Luglio 2010 21:59 )

Migrazioni

Migrazioni – Dalla Sardegna/verso la Sardegna” e’ un lavoro di ricerca sui flussi migratori nell 'isola. Attraverso una documentazione fotografica, filmica e testuale, raccoglie le testimonianze di chi arriva in Sardegna e quelle di chi l’ha lasciata, creando una memoria, tracciandone i percorsi....

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